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LA PIRATERIA DIFFUSA

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La Spagna, per la necessità di concentrare i suoi sforzi nel controllo dei Paesi Bassi e nella guerra contro l’Inghilterra (1580) in cui utilizzò disastrosamente anche le galee siciliane, si ritirò parzialmente dal Mediterraneo, avviando così la sua decadenza. La Sicilia rimase così più esposta agli attacchi dei pirati, che venivano soprattutto per fare schiavi e razziare cibo. Non c’era azienda agricola, entro una distanza di 10 miglia dal mare, che riuscisse a salvarsi. Nelle principali città Palermo (nella figura il suo porto), Messina, Catania, Trapani, Siracusa si era sviluppata una mentalità di assedio e molte risorse finanziarie furono destinate alla difesa e tolte allo sviluppo economico e agli investimenti. Nei due secoli successivi, questi continui attacchi avrebbero provocato un danno enorme non solo al commercio estero, ma anche a quello interno. Altra conseguenza degli atti di pirateria fu l’abbandono dei borghi e dei depositi alimentari costieri, per sistemazioni in alture, più difendibili e meno malariche. Venne così a declinare la tradizionale attività marinara della Sicilia, a parte la pesca del tonno che, praticata con barche a remi non lontano dalla riva, conservava il suo sviluppo, raggiunto in epoca araba.

I PIRATI TURCHI.
Nel Mediterraneo i pirati turchi con le loro azioni di disturbo fiaccarono il commercio delle nazioni nemiche, in particolare quello tra la Spagna e l'Italia. Ben presto, presero di mira il
naviglio della Chiesa che rappresentava l'antagonista religioso per eccellenza - la cristianità -, e cercarono d'impedire poi l'espansione delle Repubbliche Marinare. Inizialmente i rematori delle galee erano uomini liberi, come il resto dell'equipaggio; ma ben presto furono sostituiti da schiavi, prigionieri di guerra o prede di razzie, e da condannati, i quali, in navigazione, erano tenuti incatenati al banco di voga. Su ogni galea vi era però quasi sempreun gruppo di rematori liberi, volontari e perciò chiamati “bonavoglia”, che, come distintivo, portavano i baffi, mentre i condannati avevano testa e viso completamente rasati; gli schiavi portavano in più, al sommo della testa, un caratteristico ciuffo di capelli. I bonavoglia non erano tenuti incatenati al remo, anzi di giorno godevano di una certa libertà e, in porto, potevano talora avere anche il permesso di scendere a terra.

LE INCURSIONI BARBARESCHE.
Con l'editto del 1502 che decretava la definitiva cacciata dei “Moriscos” dalla Spagna, la pirateria mediterranea ricevette un forte impulso. Infatti nell'Africa settentrionale si riversò un gran numero di musulmani, profughi della Penisola Iberica appunto, che si unirono ai Berberi del Nord Africa i quali già da secoli vivevano dei proventi della pirateria.
La costa dall'Egitto a Gibilterra divenne base di operazioni piratesche e per tutta la prima metà del Cinquecento le incursioni si moltiplicarono portando terrore e distruzione tra le popolazioni costiere della Sardegna, della Sicilia,  dell'Italia meridionale e della Spagna.

DIFFERENZA FRA PIRATI E CORSARI.

I “corsari erano predoni in nome del Re, i pirati erano predoni in nome del sé”. Fra il pirata ed il corsaro esistevano quindi delle differenze.

  • Un pirata era un fuorilegge che assaliva navi e città costiere in cerca di ricchezze. Se catturato veniva sommariamente giustiziato.

  • Anche i corsari assaltavano navi e rubavano bottini, ma non erano fuorilegge. Ciò che li distingueva era una “lettera di corsa”, cioè̀ un contratto ufficiale fornito a un privato da un sovrano per derubare navi avversarie. Fino dai tempi più remoti, tra gli atti di guerra ebbe parte notevole la cattura delle navi mercantili del nemico, esercitata non soltanto dalle navi da guerra, ma da legni di privati armatori, che ebbero il compito di arrecare il maggiore  danno possibile al nemico, colpendolo nelle sorgenti stesse della sua ricchezza. Nel Medioevo questi attacchi furono chiamati "guerre di corsa", perché si trattava di correre in traccia e a caccia dei legni nemici.

La “lettera di corsa” naturalmente garantiva ai corsari una parte del bottino conquistato e, sebbene fosse generalmente riservata ai periodi di guerra, venne anche utilizzata in tempi di pace. Infatti il corsaro poteva  lavorare anche per conto di privati che avevano ottenuto dai rispettivi governi la licenza di correre contro navi di un determinato paese, dai cui cittadini avevano ricevuto un'offesa o un danno, senza aver potuto ottenere la richiesta soddisfazione (guerre di rappresaglia). I corsari, se catturati, erano considerati come un prigioniero di guerra, soggiacendo alle norme previste dal diritto bellico marittimo.

LA PIRATERIA CRISTIANA.
Anche i cristiani praticavano la pirateria, soprattutto i veneziani (che sulla costa dalmata dovevano combattere contro i corsari uscocchi protetti dagli austriaci): veneziani, normanni e angioini furono sempre interessati a eliminare i bizantini, gli arabi e i turchi dal Mediterraneo. L'intero periodo delle crociate medievali fu caratterizzato da un'intensa attività corsara da parte dei cristiani contro bizantini e arabi. Vi erano persino ordini religiosi preposti a ciò, come p.es. i Templari e i Cavalieri di San Giovanni e, nei secoli successivi, i Cavalieri di Malta e i Cavalieri di Santo Stefano (Pisa).

GLI SCHIAVI EUROPEI.
Secondo lo storico statunitense Robert Davis tra il 1580 ed il 1680 (secondo altri tra il 1530 ed il 1780) gli europei (principalmente del sud Europa) deportati in Nord Africa e ridotti in schiavitù da pirati berberi (nominalmente parte dell'Impero Ottomano) con scorrerie costiere e con abbordaggi in mare aperto furono circa 1.250.000. Questo dato si riferisce soltanto alle roccaforti dei cacciatori di schiavi nel Mediterraneo occidentale: Algeri, Tunisi, Tripoli ed altre località affacciate sulle coste maghrebine dove vivevano stabilmente ben 35.000 schiavi. Queste città assieme a Salè in Marocco furono sedi di una fiorente industria del rapimento di esseri umani.

Le coste che si estendevano dal Marocco fino all’attuale Libia, presero il nome di “La Costa  dei Barbari”. Purtroppo le marine europee, durante la maggior parte di questo periodo, erano troppo deboli per opporre una vera e propria resistenza alla tratta degli schiavi.

I cacciatori di schiavi del Nord Africa arrivarono fino in Gran Bretagna. Qui facevano irruzione nelle taverne e nelle chiese, vestendo abiti lunghi e con la testa completamente rasata, sguainando le scimitarre e portando via avventori al bancone o fedeli che assistevano alla Messa. Nel 1627 un gruppo algerino di cacciatori di uomini arrivò fino in Islanda, dove rapì centinaia di uomini, donne e bambini.

TERRORE IN ITALIA.
Ma soprattutto i corsari imperversarono nel Sud Italia. Nel 1543 la flotta di Solimano (sultano dell'Impero ottomano dal 1520 al 1566), guidata dal Barbarossa solcò il Tirreno vicino alle coste toscane. Un’altra volta arrivarono a 20 chilometri dal Vaticano. Le milizie locali non osavano attaccare gli invasori, nettamente superiori ed  il potere centrale era distante oppure, come nel caso dei piccoli Stati in cui era frammentata l’Italia, non esisteva affatto.
Nel 1544, i cacciatori di uomini fecero prigioniere 7.000 persone nel golfo di Napoli; nel 1554 deportarono 6.000 persone da Vieste, in Puglia.
Qualche volta le razzie [Il termine razzia deriva  dall’arabo ghaziyya, una declinazione magrebina di ghazwa, e vuol dire “incursione”.] avevano un tale successo che le navi corsare non riuscivano a trasportare tutti i prigionieri. Allora questi erano rivenduti sul posto ai loro congiunti a prezzo scontato. In questi casi comparivano immediatamente usurai locali che facevano prestiti a chi non era in grado di pagare il riscatto dei parenti schiavi e, come avvoltoi, traevano profitto dalla sventura dei loro conterranei. I parenti del prigioniero davano loro in pegno la casa e il podere; nel giro di un paio d’ore, potevano riabbracciare i loro cari, ma non avevano più di che vivere.

TERRORE IN SICILIA.
Nel Cinquecento, la Sicilia era diventata terra di frontiera in un Mediterraneo che vedeva sempre più minacciosa la presenza dell’Impero Ottomano che, giunto al massimo della sua espansione territoriale, aveva chiuso l’Europa in una morsa. I Corsari agivano di sorpresa, attaccando navi mercantili e militari. I prigionieri venivano venduti come schiavi nei numerosi mercati arabi del Mediterraneo. Il periodo dell’anno più esposto agli attacchi era compreso tra aprile e ottobre, quando le condizioni del mare erano più favorevoli.

IL PARLAMENTO SICILIANO DELIBERA UN FINANZIAMENTO STRAORDINARIO.
Il 1 luglio del 1583 il Parlamento siciliano deliberò un piano di difesa costiera che prevedeva un finanziamento straordinario per accrescere il numero delle galere. Il piano però non poté essere attuato a causa della crisi  finanziaria che a quel tempo colpiva tutte le aree sotto l’influenza “della Spagna, incappata in una serie di rovesci militari”. Quindi, l’annoso problema di contrastare l’attività corsara del naviglio musulmano nel Mediterraneo, (oltre che quello relativo agli sbarchi clandestini e al pericolo di contagi pestiferi) venne affrontato con il solo rafforzamento delle difese costiere.
La sorveglianza delle coste migliorò grazie alle torri di avvistamento e di difesa, le unità di cavalleria sbarravano la strada ai corsari mentre tornavano alle loro navi. Piccole, innumerevoli scorrerie presero il posto delle grandi battute di caccia.

Ultimo aggiornamento: 03/09/2019
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