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LE MASSERIE

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La masseria è un’azienda agricola dove abitazione signorile del proprietario, casa del massaro, stalle per gli animali, magazzini per le derrate, laboratori si sviluppano, attorno ad un cortile o corte.
Questo rappresenta il centro nevralgico delle operazioni colturali dell’azienda, da qui il massaro coordina i tempi e le modalità dei lavoro agricoli: aratura, semina, mietitura, raccolta delle olive e delle carrube, la vendemmia, l’allevamento del bestiame e l’attività casearia.

TIPICA STRUTTURA DI UNA MASSERIA.
Gli elementi che caratterizzano una masseria sono:

  • Un unico ingresso a volte fortificato e chiuso da un solido portone o da un pesante cancello di ferro, che immetteva nel cortile.

  • Il cortile interno detto “u bagghiu”, lastricato con basole di calcare, al centro del quale si trova il pozzo o la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana e spesso anche un albero di gelso o un carrubo, all’ombra del quale ci si riuniva. In un lato di questo spazio polifunzionale a volte si disponeva una grossa lastra di pietra sopraelevata per consumare all’aperto i pasti mattutini e serali durante le belle stagioni, dalla tarda primavera al primo autunno. Il cortile accoglieva anche “a pinnata” una piccola rimessa per il carretto.

  • Attorno al cortile, oltre alla dimora padronale, generalmente al piano rialzato, si sviluppavano una serie di costruzioni (costruiti in pietra e con tetto in canne e gesso ricoperto da tegole dette “ciaramiri”), aventi ognuno una funzione particolare. “U casularu”, un ambiente per la stagionatura dei formaggi; “u trappitu” frantoio per macinare le olive; “u parmientu”, dove si spremeva l’uva; “a mannira”, adibita alla mungitura di pecore e capre e alla lavorazione del latte e come deposito utensili per la confezione della ricotta; “u stadduni”, per i bovini e gli attrezzi da lavoro; “a stada”, per gli animali da tiro e da soma; “u lugghiuni”, ampio locale ventilato e privo di infissi per ospitare il bestiame durante le ore calde dell’estate; “u fienili” ed il “granaio”.    


LE MASSERIE OGGI.
Le masserie assieme ai muri a secco costituiscono gli elementi più caratteristici del paesaggio ibleo. Sono distribuite nelle campagne e delimitano appezzamenti di terre non molto estesi (da 30 a 100 ettari), collegati da brevi trazzere carrabili che partendo dall’ingresso principale della masseria li collegano a una delle strade principali del territorio. Le masserie sono delimitate da una rete di muretti a secco che segnano confini stabili tra una proprietà e l’altra e ripartiscono le terre in campi chiusi per le necessità delle rotazioni agrarie e del pascolo di bovini ed equini. Queste costruzioni in genere sorgono vicino ad una sorgente e se possibile il luoghi sopraelevati così da dominare i fondi circostanti.

CENNI STORICI.
Fino al tardo medioevo, quando la Sicilia sud-orientale era ancora allo stato feudale, non si avevano ancora costruzioni del tipo “masserie”. Si potevano trovare nelle campagne delle costruzioni a torre che servivano per la sorveglianza dei dintorni e del gregge.
Bisogna risalire al 1600, quando intervenne lo smembramento dei feudi, per incontrare qualcosa di analogo alle attuali masserie. Inizialmente queste erano delle vere fortificazioni agricole, caratterizzate da robuste ed alte mura, realizzate a difesa dai frequenti attacchi barbarici che all’epoca affliggevano le popolazioni locali. Con il formarsi dei primi piccoli feudi, si trasformò anche il rapporto tra l’uomo e la campagna e si verificò un vero e proprio fenomeno di lottizzazione.
Tra il finire del secolo XVIII e l’inizio del XIX, il paesaggio rurale ibleo subì una lenta ma costante trasformazione che lo portò ad assumere l’aspetto che abbiamo conosciuto durante la prima metà del secolo XX. Questo grandioso riassetto fondiario nacque con la diffusione dei contratti di enfiteusi e con la scarsa incidenza del latifondo. I contratti di enfiteusi erano degli strumenti che permettevano ai benestanti di appropriarsi, dapprima temporaneamente alla fine per sempre, delle terre del Conte dietro pagamento di un affitto. Il risultato fu che la diffusione della piccola e media proprietà terriera e lo spopolamento delle città.

IL VENTENNIO DELLA DIFFUSIONE DELLE MASSERIE.
Fu dopo l’Unità d’Italia fra il 1870 ed il 1890 che le masserie conobbero un intenso processo di ampliamento e di ristrutturazione edilizia. Si costruirono nuove stalle, locali adibiti allo stoccaggio delle derrate e alla prima trasformazione dei prodotti (palmento, frantoi), cisterne per l’acqua, selciatura, trazzere, abbeveratoi per le mandrie.

MUTANO LE GERARCHIE SPAZIALI E PRODUTTIVE.

La vocazione cerealicola di circa la metà del territorio provinciale (72.000 ettari nel 1850, 68.000 nel 1875) subì nel corso del XIX secolo una conversione del seminativo nudo in seminativo alberato. Il carrubeto passò da 15.000 ettari a 25.000 ettari e si affermò come tipico prodotto destinato all’esportazione. Le colture cerealicole si spostarono dalla zone pianeggianti e costiere verso la collina interna, causando la riduzione dei pascoli (da 25.000 a 15.000 ettari) ed il disboscamento (l’area boschiva passò da 3.000 a 300 ettari).  Lo spostamento delle terre a cereali cedette il posto, nelle aree di pianura e lungo la costa, al rapido sviluppo dell’agricoltura intensiva. Aumentarono i vigneti (si passò dai 9.000 ai 21.000 ettari, concentrati in prevalenza nella pianura di Comiso e Vittoria), i campi destinati a cotone, canapa, lino, risaie, ortaggi (6.000 ettari) e agrumeti (500 ettari disseminati fra Scicli, Vittoria, S. Croce Camerina).

L’ALTOPIANO FRA MODICA E RAGUSA.
In questo altopiano nel ventennio 1870-1890 si consolidò l’area dedicata a pascolo e all’allevamento, grazie ai miglioramenti tecnici che esaltavano la qualità naturale dei foraggi ed i pregi antichi della razza bovina modicana. Nel 1875 il circondario poteva vantare la maggiore concentrazione zootecnica della Sicilia (58.000 capre, 21.000 fra cavalli muli ed asini, 16.000 buoi). I massari di questo altopiano dalla vendita di vitelli, e buoi nelle città delle province di Catania e Messina facevano discreti incassi.

DIFFUSA RICCHEZZA.
Grano, carne, vino e carrube furono dunque i motori dello sviluppo capitalistico dell’agricoltura iblea, che riuscì ad inserirsi nei circuiti del mercato internazionale. Ad esempio la sola produzione delle carrube rappresentava quasi un terzo della produzione nazionale (250.000 quintali su un totale di 800.000). Le carrube venivano portate nei porti di Pozzallo e di Marina di Ragusa e da qui venivano imbarcate su velieri per essere trasportate a Napoli, Genova, Marsiglia, e Londra.
Anche la popolazione del circondario aumentò, tra il 1861 ed il 1901 si passò dai 126.000 ai 207.000 abitanti.

 
Ultimo aggiornamento: 03/09/2019
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