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IL GOVERNO DEI 4 VICARI DAL 1377 AL 1391

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Fu in questo clima che il 27 luglio del 1377 Federico IV morì a Messina, lasciando come erede la figlia quattordicenne Maria de Luna e come tutore vicario il Gran Giustiziere Artale d’Alagona. Artale svolse al meglio le sue funzioni di tutore, ma impossibilitato a “governare” a causa delle liti baronali, dopo qualche anno li convocò proponendo loro di costituire un “ Vicariato regio collegiale”, cioè un’amministrazione collettiva con a capo i quattro baroni più influenti.

I 4 VICARI
Nacque così il governo dei quattro Vicari generali, formato da:
Artale Alagona, in qualità di vicario della regina, dal grande ammiraglio Manfredi Chiaramonte, conte di Modica e di fatto signore di Palermo, da Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta ed imparentato con la famiglia reale aragonese, e da Francesco Ventimiglia, conte di Geraci che spadroneggiava sulle Madonie. Tali Vicari rappresentavano in parti uguali i due schieramenti baronali. I quattro Vicari avrebbero dovuto governare congiuntamente, invece la Sicilia venne praticamente spartita in quattro territori autonomi e gli stessi Vicari si riunivano solo per questioni di carattere generale.

SUDDIVISIONE DELL'ISOLA.
In sostanza i quattro più importanti baroni non fecero altro che dividersi l'isola in quattro grandi sfere d'influenza.
D'Alagona amministrarono la Sicilia nord orientale da Catania fino a Messina e parte dell'nterno; Guglielmo Peralta la parte sud di Val di Mazara; Francesco Ventimiglia, conte di Geraci, la maggior parte della costa settentrionale da Cefalù a Milazzo; Manfredi III Chiaramonte oltre alla Contea di Modica anche la zona di Palermo.
Ognuno di loro impose proprie tasse e ognuno di loro s'impadronì anche delle terre demaniali, ma le reciproche gelosie e i reciproci sospetti resero brevi queste amministrazioni.   

ESPLODE LA FAIDA FRA I 4 VICARI.
La situazione precipitò quando fu il momento di scegliere il marito della principessa quattordicenne, per assicurare un legittimo sovrano all’Isola.
Furono proposti tre personaggi diversi: Artale Alagona, che teneva la giovane ben custodita nel Castello Ursino di Catania, pensava di offrirla in moglie a Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, con il quale aveva preso segretamente contatto;il papa Urbano VI aveva proposto un suo nipote; qualcun altro parteggiava per il Marchese di Monferrato.
L’idea di Artale d’Alagona non piacque agli altri vicari, anzi suscitò il loro legittimo risentimento, dal momento che non erano stati consultati.

LA PRINCIPESSA MARIA RAPITA E DATA IN SPOSA A MARTINO I (IL GIOVANE).
Ma avvenne un fatto inatteso: Guglielmo Raimondo Moncada (rampollo di una dinastia di origine catalana e passata in Sicilia dal 1282 e conte di Augusta), invidioso per essere stato escluso dal vicariato, approfittando dell’assenza di Artale che era a Messina e con l'approvazione e la connivenza dello stesso Manfredi III Chiaramonte, il 23 gennaio del 1379 rapì la principessa Maria de Luna e la trasferì a Licata, territorio sottoposto alla sua signoria. Successivamente Guglielmo Moncada, intuendo le mire che Pietro IV d’Aragona nutriva per il Regno di Sicilia, dopo diverse tappe, portò Maria de Luna a Barcellona in Spagna. Qui il diciassettenne Martino il Giovane, figlio del duca Martino il Vecchio, e la ventitreenne Maria, furono sposati nel 1390 dall'antipapa Clemente VII.

MANFREDI III CONTRO MARTINO I: L'ACCORDO DI CASTRONOVO.
Il conte Manfredi III, venuto a sapere del matrimonio, non gradendo la venuta di Martino come nuovo re dell’isola, con l'appoggio di papa Bonifacio IX, convocò il 10 luglio del 1391 a  Castronovo, vicino Palermo, i principali baroni dell'isola per organizzare una rivolta nazionale contro lo spagnolo Martino di Montblanc (detto il Giovane), marito di Maria di Sicilia,
sebbene la Chiesa ufficiale avesse dichiarato nullo il suo matrimonio.
Ma l'accordo naufragò per diversi motivi: rivalità personali, conflitti fra le vecchie e le nuove famiglie terriere, tra la media e la grande nobiltà, tra latini e catalani.

Ai primi di novembre purtroppo Manfredi III morì e molti baroni, attratti dalle lusinghe e dalle promesse dell'astuto Martino disattesero il giuramento.

PERCHE' LA CHIESA CONSIDERAVA NULLO IL MATRIMONIO DI MARTINO I.
La Chiesa, rappresentata nel 1391 da Bonifacio IX, considerava nullo il matrimonio fra Martino I e Maria non solo perché erano cugini (Maria era in effetti prima cugina del padre di Martino), ma anche perché gli sposi avevano avuto “
la dispensa dell’impedimento canonicodall’antipapa Clemente VII e non da un papa legittimo. Quindi poiché Martino fondava la sua autorità regia su tali nozze, risultava in effetti un usurpatore della corona oltre che un nemico della Chiesa per la sua devozione ad un antipapa, pertanto non meritava ubbidienza e rispetto da parte dei sudditi sui quali voleva regnare.

LE RAGIONI DI MARTINO I.
Martino fondava invece il suo diritto al trono su tre punti:
1. Un accordo segreto del 1303 fra re Federico III ed il fratello Giacomo, già re d’Aragona dal 1291, riguardante la successione reciproca dei loro figli maschi o dei loro discendenti nell’uno o nell’altro Regno (Sicilia ed Aragona), in mancanza di un erede diretto.
2. Martino essendo pronipote di re Federico IV, come figlio di Martino il Vecchio, e nipote di nonna Eleonora, sorella del medesimo Federico IV, rappresentava l’unico discendente maschio del casato.
3. Avendo sposato Maria, erede di Federico IV, aveva tutto il diritto di succedere al trono della Sicilia.


Ultimo aggiornamento: 03/09/2019
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